I leggings, come i bambini, non mentono mai. A Marina di
Acate i leggings sono la divisa ufficiale delle donne rumene impiegate come
braccianti agricole, una sorta di uniforme della brigata “Figli dei fiori” in un
esercito anarchico e di ventura. Tania ne ha moltissimi, tutti aderenti come
d’ordinanza e tutti colorati da uno stilista drogato, a esibire una
gamma cromatica che farà impazzire i ricettori di milioni di afidi in serra e, negli
esseri superiori, suggerirà varie
fantasie nell’ultravioletto e almeno una, più maliziosa ed incerta, a luci
infrarosse. Perché Tania è molto carina, anche se non ha nulla della donna
rumena che popola l’immaginario degli italiani e, se passeggiasse per le vie di
una grande città, con dei libri sottobraccio, potreste tranquillamente
scambiarla per una studentessa di giurisprudenza al primo anno fuori corso.
Tania non è alta più di un metro e sessanta e ha lunghi capelli
nerissimi che fanno da sipario a un fisico minuto ed esile che,
tuttavia, non dà la minima impressione di fragilità. Sul suo viso da
bambolina un giocattolaio malizioso, per vincere la routine, ha
dipinto due occhi tagliati all’orientale e leggermente strabici, da piccola
Venere di provincia.
Quando non fuma le sue sigarette Roma, parla in rumeno con
le amiche e ride con noi e di noi dietro il salvacondotto di parole d’ordine che non conosciamo. Quando ride mostra una fila di denti simili a perline che luccicano agli occhi
degli indigeni di questa terra promessa di carta carbone. Tania fuma molto e ride molto ed è certo che per quelle perline appena insidiate dal tabacco dareste in cambio il vostro oro. Ma da queste parti l’oro è verde e cresce in serra
e in una serra Tania ha trovato chi le ha offerto impiego e fidanzamento. Entrambi
in nero, ma con promessa, almeno per il secondo, di regolarizzazione futura.
Per mesi Tania ha lavorato in serra sei giorni e mezzo su sette, con uno stipendio da
pensione minima e una pizza infrasettimanale col fidanzato ogni tanto, in
attesa delle pratiche per il divorzio.
Ma le mogli, si sa, ne sanno una in più dell’ispettorato al
lavoro e, scoperta la tresca, Tania non ha avuto nemmeno la possibilità di recuperare i suoi effetti personali e si è ritrovata immediatamente senza lavoro e casa, a
ricostruire una volta di più ciò che la vita le ha mandato in frantumi.
Ma i suoi denti brillano e i leggings mandano iridescenze al
75% poliestere, 25% viscosa e Tania è molto carina e
presto ha trovato lavoro in una nuova azienda, dove le sue mani tornano a guizzare tra i
fili di nylon e i rami, come due pesciolini d’oro.
Un pomeriggio ci parla di questo nuovo impiego, dove viene
trattata bene e non ha fidanzati. Accetta il passaggio di Emiliano e Angelo sul Berlingo per
riportarla in azienda e farle risparmiare i 10 euro del taxi abusivo. La fine
del viaggio è un cancello in ferro sbarrato e assicurato da un pesante
lucchetto. Sono appena le 19 e, a quanto pare, è impossibile uscire o
entrare, a meno che non si abbiano le chiavi.
“Hai le chiavi?” chiede, quindi, Angelo.
La risposta è una risata da uccello: “E secondo te ci
lasciano le chiavi dell'azienda? Qui finito il lavoro si chiude, ma non è
un problema.”
E allo sguardo sbigottito dei ragazzi aggiunge un rapido: “Almeno per me” e il suo corpo da bambolina si insinua
di profilo, Houdini del Danubio, nel punto più largo tra due sbarre, oltre la
cancellata, oltre la nostra immaginazione, nel suo beato castigo da cui ci ringrazia
per il passaggio e ci saluta come dal fondo di un pozzo scambiato per un’oasi, accendendosi
l’ennesima sigaretta, sempre molto carina, la sua bellezza divenuta a
intermittenza, tagliata a fette di 20 centimetri dietro le sbarre in metallo.
*sono grato a Gian Luca Bazzan per l'avvio di questa storia. La foto che accompagna il post è di Marida Augusto, fotogiornalista, artista, amica (anche in ordine inverso).
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